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Nel nome di Francesco d’Assisi fratello di tutti

Nel nome di Francesco d’Assisi fratello di tutti

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«Buonasera!»: era bastato quel saluto, così insolito per un neoeletto alla cattedra di Pietro, a far capire che si sarebbe trattato di un papa differente, forse anche rivoluzionario.

Era bastato quell’inizio così sobrio, popolare, veramente alla portata di tutti, per lasciare intendere a molti che ci sarebbe stata una ripresa proprio di quel Concilio Vaticano II voluto da Giovanni XXIII quale “balzo in avanti”.

Un balzo in avanti, per mettersi al passo con la modernità vista ancora come avversa, ostile.

La scelta del nome “Francesco”

La scelta del nome “Francesco” avrebbe aggiunto altri elementi importanti, peraltro già presenti nel pontificato dello stesso Giovanni XXIII con quella sua scelta, ad esempio, di recarsi in pellegrinaggio ad Assisi su un semplice vagone ferroviario, per mettere da parte il Francesco delle politiche nazionalistiche, il Patrono d’Italia, e volgersi invece al Francesco della creazione, cantata nel Cantico di frate Sole, e della fraternità con tutti. Con tutti, con il lebbroso come con il Sultano d’Egitto!

A questo Francesco non avrebbe potuto rinunciare lo stesso san Giovanni Paolo II, dichiarando il Santo di Assisi patrono degli ecologisti e convocando proprio ad Assisi, e non a Roma, i rappresentanti delle religioni per una preghiera in favore della pace.

La scelta del nome, la pubblicazione delle encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti, senza dimenticare la carta di Abu Dhabi e la Laudate deum, indicano la volontà di papa Francesco, il Pontefice venuto dall’altro mondo, di raccogliere tutti quei frammenti di riforma conciliare in un unico programma di pontificato: una Chiesa povera per i poveri, paladina di pace e attenta al grido della terra, nostra madre.

Un vero cortocircuito organizzativo, e anche teologico, quello di aver fatto coincidere, almeno idealmente, il carisma del povero di Assisi con l’istituzione.

La centralità del Vangelo e l’incontro con le culture

La centralità del Vangelo, da quello della creazione a quello della misericordia, può ritenersi il compendio della “parola” pronunciata da papa Francesco per questa stagione della storia.

Una parola spesso dirompente, graffiante, la sua, volta a muovere processi più che a fornire risposte, ricette, nella consapevolezza dei tempi necessariamente lenti richiesti per la trasformazione istituzionale.

Il suo metodo di analisi e azione, enunciato nella sua prima enciclica, appunto Evangeli gaudium, è stato però quello appreso da Romano Guardini: la necessità di una tensione dialettica che non è mai risolta, ma che evita polarizzazioni conflittuali, perché l’unità è sempre superiore al conflitto, come il tutto supera la somma della parti e la stessa realtà è superiore all’idea.

Si tratta, forse, di una traduzione moderna del concetto di adattamento gesuita, che permette l’incontro con le culture differenziate dai luoghi e mutevoli nel trascorre dei tempi?

È il passaggio dai valori non negoziabili di papa Benedetto XVI al negoziato con tutti di un papa che sulle tracce di Matteo Ricci aspira al dialogo con la Cina anche a costo di cedimenti, come nel caso della nomina dei vescovi del 2018, che suscitò la reazione del Cardinale emerito di Hong Kong, Joseph Zen, successivamente arrestato dalle autorità di Pechino.

Su questa stessa linea dell’adattamento anche i passi compiuti da papa Francesco in campo ecumenico e soprattutto interreligioso, culminati nel Documento sulla fratellanza umana, firmato a tredici anni dal controverso discorso di Ratisbona di papa Benedetto XVI.

Una mediazione non ufficiale, che ha puntato sulla terzietà, si è dimostrata anche l’azione di pace a oltranza da lui intrapresa dopo l’accensione del conflitto ucraino, che sovente ha incontrato un rifiuto da entrambe le parti e contestazione da parte dei paesi dell’ex blocco sovietico.

La Chiesa della misericordia

Spazio a tutti, quindi, per una Chiesa dalle aperture planetarie, in nome di un Francesco d’Assisi fratello di tutti, come enunciato nella Laudato si’ e ribadito nella Fratelli tutti.

Spazio a tutti per una Chiesa della misericordia e non solo del Misericordioso, come dimostra il magistero del primo giubileo voluto da papa Francesco, trasformato da strumento della monarchia bonifaciana a “ospedale da campo”, proprio in virtù di uno stile interpretativo squisitamente conciliare.

La stessa operazione esegetica è stata realizzata anche con l’ultima sua enciclica, Dilexit nos, mutuando l’antica devozione gesuita per volgerla in rivoluzione del cuore. Ha inteso così dare fondamento a una moderna spiritualità della materia, nello spirito della teologia dell’incarnazione e quindi della Creazione, dedotta proprio dalla Laudato si’.

Una Chiesa della misericordia, che per prima abbassa le separazioni, le difese e si lascia guardare, e quindi giudicare, come accaduto nei dolorosi processi per pedofilia.

E ancora, una Chiesa incidentata piuttosto che arroccata nella pretesa di perfezione; che non si accontenta di “pettinare le pecore”, ma lascia la propria confort zone per permettere l’incontro con chi si senta smarrito; samaritana, come nella Fratelli tutti, e disposta a farsi allieva della scienza che denuncia la crisi ecologica, come nella Laudato si’.

«Non dimenticate di pregare per me»

Una Chiesa che “odora” di pecora, del profumo del Vangelo fiutato da quel popolo di Dio che il pastore accompagna e talvolta guida, ma può anche seguire, come ribadito nel tentativo reiterato di fare sinodo. E un papa che poche ore prima dalla morte si fa accompagnare in visita al suo popolo, fuori, benché immobile, nella piazza di quell’assemblea pasquale, desideroso di un ultimo abbraccio.

E se nella sua prima apparizione al popolo radunato in quella medesima piazza aveva chiesto la benedizione, nel giorno del suo commiato è lui invece a benedire, quasi la restituzione di un bene a quanti non aveva cessato di rivolgere con ostinata umiltà il suo solito «Non dimenticate di pregare per me».

Fr. Giuseppe Buffon, O.F.M.
Vicerettore della Pontificia Università Antonianum
Foto di Günther Simmermacher da Pixabay
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